giovedì 7 maggio 2009

Trilussa abbandona la scuola e "fu allora che cominciò a studiare”

Il 26 ottobre 1871 - quando nasceva Carlo Alberto Salustri in via del Babbuino, 115 - Roma era da poco italiana e contava soltanto 227.000 abitanti.

Non c'era traccia di automobili, allora; soltanto qualche carrozza trainata da cavalli attraversava le strade tranquille della giovane capitale d'Italia.

Rimasto presto orfano di padre, a nove anni fu mandato dalla madre Carlotta a studiare nel collegio dei "Carissimi", educatori che avevano per scopo di acculturare e di plasmare i giovani con metodi rigidi e ortodossi per indirizzarli al rispetto dei precetti ecclesiastici.

Ancora oggi il Collegio San Giuseppe "Carissimi" in Piazza di Spagna, a Roma, costituisce un punto di approdo ambito dai genitori borghesi e blasonati per i loro rampolli. Ma il giovane Carlo Alberto mal sopportava la rigidità didattica dei "fratelli delle scuole cristiane" e spesso preferiva andare ad inseguire le farfalle al Gianicolo piuttosto che stare dietro al "piccioletto ver­so" degli altisonanti poeti sette/ottocenteschi o alle astruserie propinate dai pedanti insegnanti delle varie discipline.

La madre, energica e risoluta, preferì - andando controcorrente - ritirare il figlioletto ribelle dagli studi.

"E fu allora che cominciò a studiare". E’ questa l'espressione sbrigativa e lapidaria con la quale nel 1920, Angelo Frattini, uno dei primi biografi di Trilussa, intese stigmatizzare l'inettitudine e l'incapacità della scuola a far emergere le qualità latenti in ogni scolaro. (Oggi, invece le cose sono cambiate: in peggio)

Qualche anno prima il più geniale autodidatta tra gli scrittori italiani del primo novecento, Giovanni Papini, aveva paradossalmente rivolto l'invito ai governanti a chiudere le scuole. Infatti la scuola spesso irreggimenta, crea robots, non libera la fantasia ma la cristallizza; e questo accade - senza via di scampo - quando è gestita da insegnanti che fanno del metodo l'asse portante dell'educazione e dell'apprendimento.

Eppure già a 13 anni, quando il maestro del Collegio San Giuseppe lo definiva "dissipato, disattento e ciarliero" impedendogli il passaggio alla classe superiore, Carlo Alberto era capace di comporre versi che davano a intravedere sul suo avvenire:

La cuginetta mia,

se dice una bugia,

ha un piccolo tremore

al labbro superiore.

Perciò quando le tocca di cercare una scusa

si mette un dito in bocca e resta a bocca chiusa.


Un giorno dal Collegio pervenne alla signora Carlotta una lettera "gravissima":

Gentile signora,

il suo Carlo ha preso un pessimo vezzo, egli si volge ora all'uno ed ora all'altro condiscepolo e senza motivo apparente, a chi fa boccaccie, a chi mostra la lingua, a chi svoltola il palmo del naso.

Gli insegnanti l'hanno più volte ammonito ma l'impertinente non desiste, laonde reputo mio dovere metterla sull'avviso: se il ragazzo non la smette di fare così brutti versi... e giù minacce a non finire.

Per la verità il giovane "discolo" l'ha proprio scampata bella: disertando i banchi delle seriose aule scolastiche ha potuto mettere a frutto i numerosi talenti che i pedanti maestri avevano fatto di tutto per tenere nascosti.

Se Carlotta avesse insistito perché il figlio continuasse gli studi regolari - come vivamente consigliava anche l'amico di famiglia, il professore e verseggiatore Filippo Chiappini -avremmo probabilmente avuto un ragioniere o un impiegato in più, ma a Roma, all'Italia, al mondo sarebbe mancato un poeta, sicuramente il più amato, almeno dai romani.

E poiché senza ragionieri la vita può continuare il suo iter senza sconquassi e ribaltamenti, mentre senza poeti non si può campare, non ringrazieremo mai abbastanza quella provvidenziale donna della madre, per aver contribuito a trasformare lo scapestrato giovanetto in un poeta lieve e bonario, ca­pace di rendere più accettabili le umane vicende, di ironizzare sulle meschinità e debolezze del prossimo e di saper sorridere - se pure con amarezza - anche di fronte alla mala sorte ed al destino che ci sovrasta.

La filosofia di Trilussa è quella di un epicureo, di un pic­colo borghese senza sublimi ideali.

Il nostro poeta è pienamente consapevole di non poter uscire vivo da questa valle di lacrime; ne deriva, come corollario, la necessità di bandire ogni eroico furore.

Manca in lui l'epicità del Belli con la sua satira sferzante, arrabbiata e dissacratoria.

Non c'è dramma, ma commedia.

Non c'è volontà di redimere o di migliorare 1'umanità, ma solo il racconto disincantato delle umane debolezze.

Trilussa sapeva che il male non può essere estirpato ed allora racconta storie, inventa favole per distrarci e divertirci.

Insomma, i suoi versi non nascono dalla disperazione ma dalla osservazione e dalla accettazione di una realtà ineludibile.

Per questo spirito di adattamento Trilussa è stato visto co­me un precursore del "partito della forchetta" che nascerà in Italia dopo la caduta del fascismo e che avrà la sua espressione politica nell' "uomo qualunque" di Giannini.

Al richiamo della "panza" viene meno ogni principio ed ogni ideale. Ecco che cos'è la politica:

Ner modo de pensà c 'è un gran divario:

mi'padre è democratico cristiano, e, siccome è impiegato ar Vaticano,

tutte le sere recita er rosario;

de tre fratelli, Giggi ch'è er più anziano è socialista rivoluzzionario;

io invece so' monarchico, ar contrario de Ludovico ch 'è repubblicano.

Prima de cena liticamo spesso

pe' via de 'sti principi benedetti:

chi vo qua, chi vo là... Pare un congresso!

Famo l'ira de Dio! ma appena mamma

ce dice che so' cotti li spaghetti

semo tutti d'accordo ner programma


Tratto da “La Vispa Teresa - Trilussa”

di Felice Scipioni

Collana: Curiosità del giardino di Epicuro

Editore: Felice Scipioni

3 commenti:

vit ha detto...

Ho letto con interesse, grazie, fa bene ogni tanto uscire dalla quotidianità.

Aldo Maccari ha detto...

Ma chi è questo editore Scipioni???
Più che un editore mi sembra un gaudente!
Aldo

Anonimo ha detto...

un Trilussa che non avrei mai immaginato

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